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Coi miei soliti tempi in formato rallentato, oggi mi ritrovo a scrivere della bella giornata trascorsa lo scorso 5 aprile, giorno di pasquetta, quando l'80 per cento e forse più della simpatica popolazione italica si riversa per mari e per monti (ma anche per boschi, campagne e luoghi d'arte), per la classica gita fuori porta che poi quasi sistematicamente ci manda tutti fuori di testa per la coda che si forma sulle strade al momento del rientro (ma a noi è andata benissimo!
).
Ero già stata a Bomarzo quando andavo alle elementari (parliamo del medioevo o giù di lì
) e avevo un ricordo molto suggestivo del Sacro Bosco che avevo visitato.
Con la maturità degli anni trascorsi, posso dire che quel ricordo di bambina che avevo conservato era solo una vaghissima idea della magnificenza e della bellezza di questo posto. Ho scoperto cose che avevo quasi rimosso e che mi hanno lasciato letteralmente a bocca aperta (e un pò di mal di mare), come la casa pendente...
e questi due giganti in lotta, che giganti lo sono davvero (chissà quanto li devo aver visti grandi quando non avevo ancora dieci anni!)
... e la gradevolissima sensazione di fresco che già la sola immagine di questo quasi fantastico giardino trasmette (non ho potuto non pensare a quanto sarà gradevole passare da queste parti nel periodo della canicola estiva)...
... e poi LUI, il ricordo più nitido e suggestivo che ho portato con me in tutti questi anni e che mi ha spinto ad accettare con gioia e curiosità l'invito di tornare a Bomarzo da parte di chi non ci era mai stato. L'unica pecca è di non essere riuscita a fare una foto nella sua bocca
, ma c'era un viavai tale di persone che non ho voluto insistere più di tanto... e poi, forse, non sono mica così cattiva da meritare di essere mangiata da un Orco...
... e se poi gli fossi rimasta indigesta? Orco, sii felice, ho graziato il tuo stomaco! 
Oggi alle ore 8.50 circa, sul trenino della linea Roma Nord, è avvenuto ciò che da quando ho ripreso a muovermi parzialmente coi mezzi pubblici ho sempre temuto potesse prima o poi accadere.
Giovane uomo orientale che così tanto gentilmente e cavalleristicamente mi hai ceduto il posto a sedere, diamine, non si poteva però fare un pò più POI?!
Ah, ma quanto ho viaggiato comoda, eh!
Rieccoci qui.
Nonostante l'ansia per i responsi delle indagini mediche a cui ho deciso irrazionalmente di sottopormi in questo periodo (ora va bene la prevenzione, ma essere assillata dalle colleghe ipocondriache che mi circondano - come se non fossi già abbastanza ipocondriaca di mio! - è una vera tortura), c'è un avvenimento prossimo venturo che sta occupando piacevolmente la mia mente, trasmettendomi il solito entusiasmo che mi fa fortemente dubitare della mia età anagrafica. E menomale che c'è, altrimenti starei sempre a pensare a chissà quali mali mi verranno diagnosticati dopo tutta questa serie di esami a cui mi sto sottoponendo!
La mia carta d'identità parla chiaro, non ci sono scuse, eppure io sono elettrizzata come una quindicenne al pensiero che tra meno di 48 ore potrò (potremo) finalmente sentire qualcosa di nuovo nelle orecchie, musicalmente parlando. E se una come me scrive musicalmente parlando, è quasi sottinteso che la musica in questione sia quella dello zio del mio cuore.
L'11 maggio 2010, esattamente venti anni dopo l'uscita del primo - capolavoro - LP di Luciano Ligabue da Correggio, che portava semplicemente il suo cognome, uscirà un album che noi fans aspettiamo da cinque anni. Il titolo e la copertina mi fanno piacevolmente sperare... la canzone che traina l'uscita del cd un pò meno. Non che sia brutta, solo che segue come un eco le canzoni a cui lo zio ci ha abituato negli ultimi anni, canzoni lontane anni luce dalle prime, che secondo me sono le sue migliori. E quando si è abituati al paradiso è un pò difficile riscendere nel limbo. Ma se limbo deve essere, sia... il paradiso, almeno per un pò, può attendere.
Bentornato, zio Luciano!
Quanto piacere può fare ricevere un messaggio inaspettato da parte di una persona speciale e in gamba che, nei mesi, è diventata quasi l'unico scopo che mi ha spinto a cliccare, seppur sporadicamente, il mio nick e la mia password su splinder?
Tanto. Tantissimo, direi.
Anzi... perchè limitarsi solo a dirlo e non scriverlo, il piacere che mi ha fatto ricevere il tuo messaggio, mia cara amica Agrimonia?!
E chissà che, da questo messaggio, una certa rosa impigrita e invecchiata non decida finalmente di rinascere e rifiorire a nuova vita?
Chissà...
Per il momento... Grazie, Agri!!! 
Quest'estate, durante il mio peregrinare vacanziero tra una località della Puglia e l'altra, girovagando tra paesi e città ricchi d'arte e di storia, stimolata e sollecitata principalmente dalla stravagante passione che il mio compagno (dichiaratamente ateo) nutre per chiese, cattedrali e basiliche d'ogni ordine e grado, ho avuto modo di visitare anche la Chiesa Madre di Locorotondo, dedicata a San Giorgio. All'interno, la mia attenzione è stata catturata dalla statua del santo patrono della città, San Rocco: una statua nuova di zecca, a detta di alcuni fedeli che la scrutavano da vicino (la statua era quasi ad altezza d'uomo), con gli occhi umani che sembravano seguirti anche se ti spostavi (questo almeno sosteneva una giovane fedele che la guardava ammirata e quasi con timore... ed io chiaramente non ho potuto fare a meno di verificare se fosse proprio così!
).
Solito giro, solita sosta su un banco per riposare le stanche gambe, una scrutatina un pò più approfondita a San Rocco fresco fresco di festa e processione, e poi fuori.
Uscendo, sul portone d'ingresso della chiesa, la mia attenzione è stata catturata da un manifesto su cui c'era la foto di una ragazza bellissima.
Si parlava di un viaggio a Roma in pullman, tra il 25 e il 26 settembre, che qualcuno organizzava in occasione della beatificazione di Chiara Badano.
Sprovvista di carta e penna, ho chiesto a Paolo se poteva appuntarsi quel nome perchè volevo sapere di più di quella persona dal volto così radioso e dagli occhi (loro sì che lo erano davvero) lucenti.
Chissà qual era la sua storia e quale triste destino aveva avuto per morire così giovane. Ma chissà anche quanto straordinaria doveva essere stata per meritarsi una beatificazione così veloce...
Quasi subito dopo essere tornata a casa dalle vacanze, non ricordo se il giorno stesso o quello dopo, ho cercato su internet quel nome e ho incontrato Chiara.
Al di là del credo religioso che ognuno di noi può o meno avere, leggere di lei e di ciò che lei era mi ha trasmesso una fiducia indescrivibile: fiducia, ottimismo, amore sconfinato per qualcuno o qualcosa che ti porta ad accettare e vivere il male, quello terreno, come se fosse un dono da offrire a questo qualcuno o qualcosa che ami più della tua stessa vita. E la cosa più stupefacente di tutte è che questo non è avvenuto cento, duecento o duemila anni fa. Chiara era una ragazza di neanche vent'anni vent'anni fa, ed è proprio questa sua contemporaneità alla nostra attualità a rendere la sua storia così unica e straordinaria. E' bello e umanamente rincuorante pensare e, grazie a lei, avere la certezza che chi ci circonda - noi stessi per primi - non siamo solo e non siamo tutti come il mondo vanesio, superficiale e cinico vorrebbe portarci a diventare.
Chiara da oggi è ufficialmente beata, ma io credo che lo sia da molto prima di oggi. E spero che di questa sua beatitudine possa far dono al mondo.
Non avrei mai pensato che scendere le scale fosse più difficile che salirle.
Mi spiego meglio. Forse.
Vi ricordate quanto è duro, appena usciti dall’adolescenza, entrare nel mondo del lavoro (se sei fortunato questa tappa la vivi intorno ai 22-24 anni) e darsi da fare quando hai ancora in testa il puro cazzeggio mentale e fisico tipico degli anni che ti sei appena lasciato alle spalle? La vita “da adulto” ti si presenta come una scala lunghissima che, volente o nolente, devi iniziare a salire gradino dopo gradino e poco importa (anzi, poco te ne deve importare) se, voltandoti indietro e guardando giù di sotto, vedi altre persone ancora impegnate a vivere quell’esistenza leggera e quasi sempre spensierata che, fino a poco tempo prima, era stata anche la tua. Quella vita per te è ormai un ricordo. Lo deve diventare. Ormai sei grande. Iniziano gli impegni. D’ora in avanti sarai uomo. Si comincia a lavorare.
Ricordo ancora quanto mi sembravano interminabili e ingiuste le estati delle mie prime esperienze lavorative. Pensavo al mare, alla casa della nonna che da giugno a settembre di ogni anno – durante le vacanze scolastiche - diventava anche la mia casa. Al mare con la zia e i cuginetti, al sole che mi arrostiva la pelle facendomi diventare nera come credo non potrò mai più diventare in vita mia, dovessi anche trasferirmi a vivere alle Barbados.
L’impatto con quella realtà fatta di doveri e impegni da mantenere anche da giugno a settembre di ogni anno credo sia stato il gradino più faticoso che abbia dovuto salire da quando ho cominciato a lavorare. Un gradino dalle dimensioni enormi che si presentava ogni dodici mesi, puntuale come una tassa, e che solo da qualche anno a questa parte mi sembra di non incontrare più lungo la scalinata della mia vita.
Ho iniziato a salire le mie scale certa che ogni gradino che facevo mi avrebbe portato qualcosa in più, principalmente dal punto di vista dell’esperienza e della crescita professionale e non certo – ahimè – di quella economica. Ma di questo non mi sono mai preoccupata più di tanto, di sicuro sbagliando, probabilmente perché coperta e protetta dalle spalle forti e generose di una famiglia che non si sarebbe tirata indietro in caso di necessità. Ringraziando il cielo questo non è mai successo (almeno finora) e sono arrivata fino ad oggi, a quarantaquattro anni compiuti, con un bagaglio di esperienze lavorative e umane (quest’ultime sia positive che negative, con l’ago della bilancia spostato inevitabilmente verso le seconde) che hanno fatto di me la persona che sono, contenta e forse quasi soddisfatta dei risultati finora raggiunti.
Almeno fino a due settimane fa. Fino a quando il mio datore di lavoro, con di fronte la figlia neotrentenne da poco entrata in azienda dalla porta principale, con uno stipendio esattamente il doppio del mio e con (e che te lo vuoi far mancare?) un premio di fine anno di 10.000 euro non si capisce bene per quali meriti, mi comunicano di dover – loro malgrado – rivedere e riorganizzare l’organigramma della società, ivi comprese le mansioni di alcuni di noi, in primis le mie.
Strano. Sarà forse perché prima erano in quattro soci e ora, alla faccia della crisi, i soci sono diventati otto? (Largo ai giovani! Figli dei vecchi soci e con uno stipendio consono all’esperienza finora maturata!). Sarà perché quello che finora si dividevano per quattro ora pretendono di dividerselo per otto senza per questo ridurre la grandezza della fetta di torta di ognuno?
Scopro così che nel mio settore due persone (io e la mia collega, con una anzianità di servizio maggiore della mia) sono improvvisamente diventate troppe e che l’assistente del mio capo (che di fatto ha assunto un altro assistente nella persona della figlia) ha troppo lavoro da smaltire e non ce la fa (il che, obiettivamente, è anche vero). Sicchè d’ora in avanti, anziché assumere un’altra persona (d’altronde, si sa, è un momento di crisi. Tranne che per parenti e/o affini, chiaramente), emmegi66 – di bacchetta magica munita – volerà su un’altra scrivania, quella della nuova segreteria e, affiancando il collega-assistente-del-capo, svolgerà il lavoro tipico di ogni segreteria, quello che era solita svolgere almeno venti anni fa, quando era all’inizio della sua “scalata” lavorativa. Fermo restando, mi pare chiaro, che in caso di necessità deve correre in aiuto della collega dell’attuale settore, quella che continuerà a svolgere il lavoro che ancora per pochi giorni e per parecchi anni trascorsi, è stato anche il suo e che improvvisamente le viene tolto. Il tutto senza un euro in più (la torta noi dipendenti la dobbiamo solo guardare e assaggiarne a malapena le briciole) e nemmeno un orario lavorativo più consono a quelli che sono gli orari d’ufficio abituali (uscire dal lavoro alle 19.00 non è il massimo della vita, specialmente se si abita a 35 chilometri dal posto di lavoro).
«Lei che ne pensa?», mi è stato chiesto. Come se il mio pensiero contasse qualcosa.
«Che alternativa ho dinanzi a questa proposta? Non credo che ce ne sia una », rispondo.
Ricevo come conferma una specie di sogghigno-risatina degni di un quasi serial-killer.
Se decidessi di fare l’eroe e rifiutassi, seguendo l’orgoglio e la dignità, domani ci sarebbe una disoccupata in più e una fila sterminata di persone pronte a prendere il mio posto. E la rata della macchina? E le spese quotidiane?
Ingoio e imbocco ancora una volta le mie scale, stavolta in discesa, faticando molto di più di quanto non sia mai successo nel salirle.
Specchio dei nostri tempi.
Se hai meno di diciott’anni e un bel culo ti salvi e ti arricchisci pure. Ed anche se nasci nella famiglia giusta, quella in cui papà ti passa e ti paga tutto, compreso lo stipendio generoso.
Se appartieni a qualche altra categoria che non sia una di queste sei destinato a rimboccarti le maniche e ricominciare, sempre.
E ad essere una persona migliore. Unica, forse magra, consolazione.
Ora si scende. Prima o poi, spero, si risalirà.
Come si fa ad abituarsi all'ipocrisia e alla falsità?
Lo chiedo veramente, giuro.
No perchè se esiste una ricetta miracolosa che possa guarire dallo stato di inadeguatezza ed estraneità in cui sono caduta, io sono pronta a seguire alla lettera la cura, costi quel che costi.
Possibile che alla soglia del mezzo secolo di vita (anche se in effetti manca ancora un pò di tempo), io possa ancora stupirmi della pochezza del genere umano?
Com'è possibile che una persona un giorno pensi nero e lo ostenti fino a coinvolgerti e il giorno dopo pensi bianco come se quello fosse stato il suo pensiero da sempre e lo ostenti con lo stesso fervore con cui il giorno prima ostentava l'esatto contrario?
Dio mio, io non ce la faccio. E mi sembra troppo facile trincerarsi dietro frasi del tipo «solo chi non è intelligente non cambia mai opinione», perchè più che di intelligenza a me sembra si tratti di paraculaggine. Oggi mi fa comodo così, domani mi fa comodo colà ed io sventolo come la più leggera delle bandierine.
Speravo che col tempo l'età anagrafica e la conseguente maturità delle persone con cui entravo in contatto potesse sanare i miei dubbi circa l'opportunismo (giusto per essere garbati) di talune persone... ma mio malgrado non posso che constatare che non è affatto così.
«Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai...»
Ma dove sono gli altri «noi» uguali, o almeno simili, a me?
In vita mia ne ho trovati ben pochi...
Ti desidero e ti temo.
Ogni volta è un turbinio di emozioni contrastanti.
La testa che ragiona e mi induce a implorare il NO.
Il cuore che dentro di sè ti ha sempre desiderato che grida SI' e nella notte guida la mia mano dove spera che tu sia per regalarti una carezza. La prima di una lunga serie che saprei donarti.
C'è un tempo per tutto e forse il mio è passato.
Ma dentro di me tu ci sei sempre stato e una parte di me spera che prima o poi ci sarai veramente.
Ovunque tu sia, sappi che ti penso con affetto.
Ma questo tu lo sai.
Come fare non so, ma son certa che ci riuscirò. Faccio su petali e spine e vedo di riuscire a trapiantarmi altrove. Anche se nessun giardino sarà mai più bello di questo.
Pubblicato da emmegi66 | Commenti (2) Tag: blog
A pensarci bene questo post potrebbe anche intitolarsi "Post ad personam", visto che credo possa interessare ad una, forse due, al massimo tre persone. In ogni caso, per agrimonia, MaiaDesnuda (forse), Primaticcio (al massimo) e Fantasia (a tenermi proprio larga) sono qui a comunicare che sto disperatamente cercando di trasferire i miei petali appassiti e le mie spine presso questo nuovo indirizzo qui: http://emmegi66.wordpress.com E che Dio me la mandi buona!!!
Pubblicato da emmegi66 | Commenti Tag: blog